"I campi di lavoro forzati non sono poi cosi' male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla - Aggiunse: - E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.
Jason disse, sardonico: - La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto." (Philip K. Dick)

martedì 27 novembre 2012

La Coop colpisce ancora: quando la violenza diventa arte

La Coop colpisce ancora, anche se questo video è di qualche anno fa.

La Coop colpisce sempre le nostre coscienze, la nostra sensibilità, e anche il nostro fiuto per l'ipocrisia.
Non è la prima volta, e ne abbiamo già parlato (qui e qui).

Soprattutto, però, colpisce (letteralmente) dei corpi. I corpi di quegli animali che vengono allevati, uccisi, macellati, fatti a pezzi e adagiati sui banconi dei punti vendita.
Come se non bastasse, quei corpi che ormai sono merci da vendere, subiscono l'ulteriore offesa di essere esposti pornograficamente allo sguardo divertito dei consumatori: "la qualità è un'arte".


Diciamolo: la violenza è un'arte. Ma è sempre violenza.

BioViolenza
Al mattatoio sani e felici

lunedì 12 novembre 2012

La fattoria (in)felice - animali e contadini


Segnaliamo con piacere una pubblicazione molto interessante, a cura di Troglodita Tribe: "La fattoria (in)felice: animali e contadini".

Per ordinare il libro: istruzioni sul sito di Troglodita Tribe

Per chi abita in Lombardia, è possibile ordinare una copia all'associazione Oltre la Specie, scrivendo a info@oltrelaspecie.org.


"Uno dei  miti più solidi su cui si regge lo sfruttamento animale è senz’altro quello della Fattoria (in)Felice.

In questo luogo idilliaco che esiste solo nel nostro immaginario truffato e infarcito di luoghi comuni pubblicitari, gli animali vivono un’esistenza naturale, sono rispettati e amati, donano di buon grado i loro prodotti perché, in ultima analisi, loro sono nati per produrre latte, uova, carne, pelle che serviranno agli esseri umani che li accudiscono.

Quest’idea, che potremmo considerare più che altro una sorta di allucinazione specista, è, più o meno, ciò che rende giustificabile e accettabile l’intero castello dello sfruttamento animale. Sì, perché volendo analizzare con attenzione, sono poche le persone che ritengono giusto ed encomiabile il concetto di allevamento intensivo, sono poche le persone che, di fronte alle inequivocabili e raccapriccianti immagini che provengono da queste realtà, non sostengano la necessità di fare in un altro modo. E il mito della Fattoria (in)Felice è studiato proprio per questo. La Fattoria (in)Felice è l’associazione mentale che scatta immediata e pronta quando ci si trova di fronte agli orrori dello sfruttamento animale. La Fattoria (in)Felice è l’ancora di salvezza che permette di estraniarsi dalla violenza e dall’ingiustizia perché, tanto, non è colpa nostra, ma solo dell’avidità di chi produce, solo del metodo sbagliato, solo di un cinico progresso che ha portato all’abbandono della vecchia cultura contadina.

È interessante notare che il mito della Fattoria (in)Felice, in realtà, non è solo uno strumento utilizzato da chi imprigiona, sfrutta e uccide con metodi biologici, biodinamici e simili. Il ritorno alla natura, alla genuinità del prodotto che ci permette l’associazione alla cultura contadina, genuina e rispettosa del mondo animale, è una prerogativa di ogni azienda che guadagna sullo sfruttamento animale.

I metodi utilizzati sono diversi tra loro, ma tutti richiamano, attraverso i marchi, le immagini, le confezioni e le parole, il concetto di Fattoria (in)Felice. Ora, il punto essenziale da comprendere, è che questa fattoria felice a cui tutti fanno riferimento non solo non esiste, ma non è mai esistita neppure nel passato più remoto".

(da: Troglodita Tribe, "La fattoria (in)felice. Animali e contadini")

Progetto BioViolenza
www.bioviolenza.blogspot.it

venerdì 9 novembre 2012

Il "benessere animale", ovvero l'ignominia umana!

Illustrazione di "Grafica Nera" - graficanera.noblogs.org
IL “BENESSERE ANIMALE”,OVVERO L'IGNOMIA UMANA!

La nuova frontiera del business sugli animali da reddito si chiama “benessere animale”.

L'industria della “carne”, con l'occhio rivolto al mercato e al target, sempre più orientato al rifiuto delle aberranti condizioni degli animali non umani negli allevamenti intensivi, ha aggirato il problema, risolvendolo con una magistrale azione di marketing: una formula “dolce” per incrementare i propri guadagni rassicurando gli umani sensibili.

Seguiamone le fasi.

Il martellamento sul benessere animale è diventato un tormentone attraverso tutti i canali di diffusione conosciuti: dalla pubblicità dei media, alle conferenze degli “esperti” in materia, alle centinaia di pubblicazioni, alle fattorie “felici”, fino ad arrivare ad eventi internazionali come Slow Food e Terra Madre.

Ma dopo il primo e riuscito indottrinamento, la fase successiva del percorso mediatico presuppone una risposta plausibile alla domanda elementare: “Come conciliare il benessere animale con l'uccisione prematura di esseri senzienti e felici, affinché si trasformino in succulenti piatti?”

Ed ecco che rientrano in campo tutte gli attori di questa transizione, per risolvere il legittimo dilemma e renderlo addirittura PREMIANTE E VIRTUOSO con un colpo da veri maestri (è doveroso ammetterlo).

Istituzionalizziamo, coinvolgendo il Ministero della Salute, le buone pratiche di macellazione:
http://www.izsler.it/izs_home_page/archivio_news/00002318_Materiale_formativo_sulla_protezione_degli_animali_alla_macellazione_.html

Solo un piccolo inciso per chi conserva ancora una sua intelligenza, scevra da condizionamenti e consuetudini: si sente uno stridio insopportabilmente ipocrita nel pronunciare questa frase: “buone pratiche di macellazione”, equiparabile a “buone pratiche della condanna a morte”  e/o “buone pratiche della tortura”; un ossimoro, francamente, ignominioso!  

Lasciamo la lettura del link di cui sopra, senza altro commento, poiché si commenta da solo.

Aggiungiamo che preparare il personale (veterinari, allevatori, addetti alla macellazione) ad eseguire queste uccisioni nel “rispetto degli animali non umani”, non cancellerà il TRADIMENTO del rapporto di fiducia che gli animali non umani avevano instaurato con gli animali umani, ne' renderà queste pratiche “dolci” e rispettose del loro benessere.

Si ribadisce, seppur con pratiche diverse dalla consuetudine degli allevamenti intensivi, il rapporto di forza in cui l'animale umano decreta la condanna a morte degli altri viventi, per “30 denari”.


BioViolenza 
Al mattatoio sani e felici

mercoledì 7 novembre 2012

Del maiale non si butta via nulla

Una piccola comunità montana. Donne solidali, intraprendenti, che si organizzano in associazione per ospitare turisti e diffondere il loro antico sapere contadino. Gentilezza e accoglienza nelle case del borgo. Orgoglio di essere donne e di saper organizzare il proprio tempo e le proprie passioni, difendere i propri saperi e il proprio territorio. Ornica, un piccolo e delizioso paese bergamasco in alta Val Brembana, paese che vuole rivendicare la sua storia e le sue tradizioni. Un luogo d’avanguardia, si potrebbe quasi dire.
I turisti, oltre alla squisita ospitalità, trovano cibo buono e genuino e, per qualche tempo, possono giocare a fare i contadini e magari pensare di conoscere meglio gli animali che si mangiano.
Tutto sembra davvero ben organizzato. Le attività proposte sono tante e varie: funghi, erbe, gite in montagna. Poi si inizia a vedere un cartello: “asinovia”, si inizia a vedere che insegnano ai bambini come fare i formaggi (ma glielo diranno dove portano il vitello quando nasce?) poi, davanti agli occhi un po’ inorriditi di alcuni, legano e tosano le pecore per magnificare le tantissime prerogative della lana. Si inizia a deglutire faticosamente: si direbbe che gli incontri con i cacciatori siano considerati incontri importanti:
Con il cacciatore: alla scoperta di una pratica arcaica nella sua eccezione più genuina: scoperta della fauna, alleanza con la natura, presidio e salvaguardia del territorio e piacere della condivisione
(chissà se l’errore accezione/eccezione sia stato un lapsus freudiano o un banale refuso, ma sarebbe davvero bello scoprire che cosa intendono con “piacere della condivisione” e con “alleanza con la natura”). Ciò che inquieta definitivamente, in questa orgia di antichi saperi, bambini milanesi che rastrellano il fieno giocando ai contadini, turisti goduriosi, orgoglio di mestieri estinti (chi farà più il materassaio???), è che nei prossimi giorni, sembrerebbe per la prima volta in pubblico, faranno a pezzi un maiale e insegneranno ai bambini come fare i salumi:
Dal maiale non si butta nulla: un’antica arte contadina che unisce sacrificio e festa. Vivrete la celebrazione dell’animale simbolo della prodigalità contadina”.
Non si capisce se porteranno la povera vittima già sgozzata in piazza o se anche lo sgozzamento farà parte dello spettacolo... Forse sarebbe bene che lo fosse perché magari qualcuno inizierebbe a preoccuparsi davvero per tutta la violenza che queste iniziative, dall’apparenza innocua, portano con sé.
Peccato poi che il “sacrificio” (assolutamente non necessario, quindi già chiamarlo sacrificio è offensivo per la vittima) sia di uno e la “festa” di tutti gli altri, crudeli o indifferenti, che staranno a guardare incuriositi.

Ma che ci sarà mai da preoccuparsi... L’importante è che il cibo sia genuino e che le dolci carni di queste povere bestie sacrificate sugli altari del nostro palato siano carni senza schifezze chimiche, biologiche, ecologiche, insomma in una parola GENUINE. Eppoi si ritornerà tutti a essere buoni e gentili, i bambini della locale scuola elementare, sempre con il prezioso aiuto delle donne di montagna, si prendono cura di alcuni animali della fattoria didattica che hanno messo in piedi autonomamente per conoscere meglio gli animali. I turisti contenti ci porteranno questa estate i loro figlioletti cittadini che non hanno mai visto una capra e accarezzeranno amorevolmente questi teneri (nei due sensi del termine) animali, pronti a metterseli sotto i denti alla prima, ghiotta, occasione.

Se volete partecipare a qualcuna di queste bio-violente iniziative potete visitare il sito http://www.albergodiffusoornica.it/

Se volete vedere qualche resoconto delle attività educative andate alla voce “reportages” del sito.

Se volete immaginare il terrore delle pecore mentre vengono tosate in mezzo alla folla andate qui http://forum.valbrembanaweb.com/manifestazioni-valle-brembana-f90/tosatura-delle-pecore-ornica-t4332.html

Magari fra qualche giorno potrete anche vedere le foto di un animale squartato e le facce, tra lo stupito e lo sconcertato, dei bambini che ne insaccheranno le parti. Ma niente paura, alla sera grande festa danzante, alla faccia del sacrificio e della compassione. Sembra che sfruttare e mangiare animali sia un’attività imprescindibile per gli umani. Così indiscutibile che si è disposti a far di tutto (e insegnarlo pure ai più giovani) per far sembrare la violenza e le uccisioni una cosa normale.

Progetto BioViolenza
Al macello sani e felici

martedì 6 novembre 2012

Amadori, Barilla, Coop: un "impegno coerente" per gli animali

da www.antispecismo.net

Amadori, Barilla, Coop: un “impegno coerente” per gli animali


Marco Reggio

“... di sangue han sporcato il cortile e le porte
chissà quanto tempo ci vorrà per pulire...”


Negli ultimi tempi, diverse voci hanno messo in guardia contro la retorica della “carne felice” e del benessere animale[1]. La strategia di rassicurare i consumatori mostrando il lato “buono” dello sfruttamento animale si esprime attraverso la voce dell’industria alimentare, ma non solo.

La legislazione, sempre più spesso, formula principi generali improntati al “rispetto” degli schiavi non umani, e talvolta li traduce in normative specifiche tese a garantire degli standard minimi di attenzione alla sofferenza degli animali da reddito. Abbiamo così la percezione – soprattutto nei paesi industrializzati – di vivere in una società in cui gli allevamenti di galline sono perlopiù “a terra” (che nell’immaginario collettivo significa anche “all’aperto”), i vitelli stanno con la madre, la macellazione è un atto incruento, fatta eccezione per qualche deroga alle prescrizioni religiose di popoli che, in breve tempo, si convertiranno alle nostre più “civili” abitudini...

Contribuiscono a questa percezione gruppi, associazioni, enti che cercano di diffondere valori che, per vari motivi, hanno a che fare con lo sfruttamento “dolce”. É il caso di Slow Food[2], che nasce e si sviluppa su temi come la sovranità alimentare, la sostenibilità ambientale e la gastronomia di qualità. É il caso del settore del cibo certificato biologico, un settore che muove dalla volontà di tutelare il consumatore umano dalle derive più malsane e dissipatorie dell’attuale sistema produttivo, creando al contempo un buon volume di affari. É il caso della legislazione comunitaria europea sulla tutela degli animali da allevamento[3]; ed è naturalmente il caso della propaganda pubblicitaria di alcuni degli stessi grandi e piccoli produttori, i più attenti alle richieste del consumatore di oggi, sempre più “disturbato” dalle immagini degli allevamenti intensivi.

Ma ci sono anche realtà che si occupano di “proteggere” gli animali, fra i sostenitori della carne felice.

“Tutto il nostro plauso va a Barilla[...], Amadori[...] e Coop” (Compassion in World Farming).

Pochi giorni fa, Compassion in World Farming[4] ha assegnato i Premi Europei Benessere Animale 2012. Questa quinta edizione della manifestazione ha visto protagoniste le aziende italiane. Coop Italia, Barilla e Amadori sono state premiate per l’”impegno coerente per il miglioramento delle condizioni di vita degli animali allevati per produrre cibo”[5].

La notizia farà sorridere – o scandalizzare – molti animalisti, almeno quelli coscienti del fatto che ogni misura per il benessere animale non è nulla di fronte alla schiavitù degli allevamenti. Tanto più se i passi fatti dalle aziende sono piccoli, così piccoli da ridursi ad operazioni di immagine. É il caso di dire: piccoli a piacere. Pare dunque superfluo rilevare l’ipocrisia di questi premi. Ed è anche banale rilevare come lustrare la facciata presentabile sia un modo per giustificare attività che di presentabile hanno ben poco.

Può essere tuttavia utile sottolineare quali mosse – tutte di tipo linguistico – permettano di far passare la pubblicizzazione dello schiavismo per un’opera di carità. Oltre che utile, è anche facile, dato il livello di sfrontatezza di questi signori. Basta vedere che cosa dichiarano alla stampa.

Coop. Di questa azienda è stato già detto qualcosa, relativamente alla capacità di costruirsi un’immagine pulita agli occhi degli “amanti degli animali”[6]. Al ritiro del premio, il Responsabile Sostenibilità, Innovazione e Valori di Coop Italia dichiara “migliorare le condizioni di allevamento significa non solo garantire agli animali allevati una vita degna di essere vissuta ma anche migliorare la loro salute”. L’espressione “vita degna di essere vissuta” è certamente pretenziosa. Chi l’ha pronunciata sembra essere proprio sicuro che negli allevamenti si possa garantire una vita dignitosa, anzi è certo che Coop la garantisca. Noi qualche dubbio lo abbiamo. Siamo sicuri, però, che le vite delle mucche spremute per produrre latte, o quelle dei vitelli, dei maiali, dei polli ingrassati negli allevamenti, o ancora quelle dei pesci imprigionati nelle reti, sono per i supermercati Coop vite degne di essere violate. Un buon profitto è infatti garantito – nel rispetto del benessere animale, s’intende... – ogni volta che queesta vita “degna di essere vissuta” smette di essere vissuta. Ovviamente, nel momento in cui qualche esperto Coop ha deciso che è arrivata l’ora del macello.

Qualcosa di più rivelatore ci dice Barilla. La dichiarazione alla cerimonia, resa dal Direttore Salute, Sicurezza, Ambiente ed Energia, è quasi un lapsus: “Il benessere degli animali da allevamento è un valore per Barilla”. Non abbiamo dubbi, in effetti, che sia così. Il benessere animale è proprio un ottimo investimento. A voler essere un po’ cinici, potremmo calcolare in termini di introiti (garantiti dal rientro d’immagine) ogni metro quadro di allargamento delle gabbie, o ogni balla di fieno aggiunta per mettere a loro agio i prigionieri. Non dubitiamo neppure che vada preso alla lettera quello che Barilla aggiunge subito dopo: “un’impegno che non si fermerà bensì continuerà, saldamente ancorato nella nostra strategia di sostenibilità”. Sostenibilità degli allevamenti, sostenibilità del marketing.

Un concetto simile sembra esprimere Amadori, per bocca della Responsabile Corporate Communication: “il Premio Good Chicken di Compassion per Il Campese e il Pollo 10+ ci dice solo una cosa: che ancora una volta siamo sulla strada giusta”. Ed è vero: queste aziende sono sulla strada giusta per nascondere il sangue che turba i loro clienti.

“Chissà quanto tempo ci vorrà per pulire... ”.

Con l’aiuto di imprese di pulizia come Compassion in World Farming, forse neanche troppo.

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Note

[1] Si vedano, per es.: M.Cole, Dagli “animali macchina” alla “carne felice”. Un’analisi della retorica del “benessere animale” alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e su quello pastorale, in “Liberazioni” n.3; E.Brocca, L.Caffo, M.Reggio, Prigionieri Felici, in “Altri Versi”, Oltre la Specie; Le 5 Libertà: tanto rumore per nulla; e, in generale, il progetto BioViolenza

[2] Cfr.: http://bioviolenza.blogspot.com/2012/10/slow-food-e-terra-madre-lettera-carlo.html.

[3] Si veda, Animal Welfare: uccidere con gentilezza.

[4] http://www.ciwf.org.uk/.

[5] http://www.ansa.it/terraegusto/notizie/rubriche/salute/2012/10/29/Premiate-3-aziende-italiane-benessere-animale_7713140.html. Le dichiarazioni delle aziende, riportate di seguito, sono tutte tratte da questo articolo.

[6] Cfr. La Coop sei tu.

domenica 4 novembre 2012

Animal welfare: uccidere con gentilezza

Mattatoio

Animal welfare: uccidere con gentilezza
(rielaborazione dell'intervento di BioViolenza alla conferenza sul benessere animale, Salone del Gusto 2012)

Un punto di vista particolare?

Il Progetto BioViolenza è nato due anni fa, con l’intento di affrontare il tema degli allevamenti biologici, ecologicamente sostenibili, attenti allo spreco delle risorse e ai diritti dei lavoratori. Per questo, si può dire che ci interroghiamo da un po’ di tempo sul cosiddetto “benessere animale”, l’oggetto della conferenza di oggi[1]. Abbiamo chiesto quindi a Slow Food, che ha accettato, di venire qui a proporre alcune considerazioni. Il punto di vista da cui affrontiamo tale tema è un punto di vista particolare. O meglio: si tratta di un punto di vista che sembra particolare, ma che dovrebbe essere, secondo noi, quello principale. Dovrebbe essere normale far partire da qui ogni riflessione al riguardo. E’ un punto di vista che in questa conferenza è stato marginale, ma che è affiorato a tratti in più di una relazione. Si tratta del punto di vista degli animali allevati.
Il punto di vista degli animali è centrale anche soltanto per motivi quantitativi: gli animali sono gli attori più numerosi nei processi di produzione alimentare di cui parliamo oggi. Se guardiamo alle cifre, almeno 40 miliardi di non umani all’anno perdono la vita per fornire cibo agli umani. Una stima dei pesci uccisi nel mondo ci restituisce un numero ancora più impressionante[2]. Ma non si tratta solo di quantità, anzi: è il ruolo di questi attori che è centrale, dato che sono loro a fornire una serie di “oggetti” o di prestazioni per produrre cibo. In modo sommario, possiamo dire che forniscono i propri corpi, che diventano carne, e le proprie funzioni riproduttive, da cui traiamo diversi generi di prodotti (principalmente, uova, latte e latticini). E’ sugli animali, non a caso, che ricadono le scelte degli allevatori, dei veterinari, degli etologi, degli economisti, dei legislatori. Per noi, provare a considerare il loro punto di vista significa, da una parte, immedesimarci con loro, chiedendoci che cosa provino, quali siano i loro sentimenti, i loro bisogni, le loro esigenze; e questo è un tipo di sforzo che i presenti, allevatori e specialisti, non faticheranno a comprendere a partire dalla loro esperienza. D’altra parte, ci chiediamo come potrebbero considerare – gli animali non umani – i nostri discorsi sulle pratiche di allevamento, ed in particolare i nostri discorsi sul benessere animale. Questi dibattiti sono, infatti, dibattiti tutti umani, sviluppati fra umani e per umani.

Benessere animale: uno strano tipo di welfare

Il benessere animale può far pensare – anche come parola – al welfare umano. Il nome stesso – animal welfare – lo suggerisce. In particolare, viene in mente in qualche modo il welfare in ambito lavorativo, le questioni relative ai diritti dei lavoratori. Il welfare in questo caso è un’attività di regolamentazione della produzione e un discorso sulle attività produttive che presuppone che lavoratrici e lavoratori non siano semplici “strumenti”, ma individui dotati di esigenze proprie innegabili, esigenze spesso in conflitto con le esigenze produttive. Nonostante tutto, però, questa analogia lascia perplessi, ed il motivo è sostanzialmente uno. A differenza di quello umano, il welfare animale è un dispositivo di regolamentazione del lavoro i cui supposti beneficiari non sono stati consultati. Qualcuno dirà che questo avviene perché non è possibile consultarli, per limiti di specie e, in ultima analisi, di comunicazione. Gli allevatori che sono qui, ma anche gli specialisti che hanno parlato – etologi e veterinari – sanno bene che non è esattamente così, perché esiste la possibilità di ascoltare le loro esigenze, ovviamente. Noi pensiamo che, proprio per questo, la peculiarità del welfare animale derivi da un altro fatto. Il paragone non regge, in realtà, perché qui non si tratta di lavoro, ma di schiavitù. Certamente, una schiavitù intorno alla quale esiste una crescente compassione dell’opinione pubblica verso gli schiavi, ma pur sempre una schiavitù. E in effetti gli schiavi non vengono consultati.

Kill with kindness

Prima dei discorsi sul benessere, esiste comunque una serie di regole e di principi sanciti dalle istituzioni. Vorremmo analizzarle brevemente dalla prospettiva di un animale da allevamento. Parte della normativa sul benessere animale si rivela estranea a questa compassione timida ma crescente. L’agricoltura biologica, in particolare, prevede delle regole di certificazione che incrementano il benessere degli animali, ma – spesso dichiaratamente – per avvantaggiare la salute dei consumatori, la qualità dei prodotti, la sostenibilità ambientale[3]. Il vantaggio per gli animali è quasi sempre un fatto accidentale, una specie di effetto collaterale. Nei pochi casi in cui l’obiettivo dichiarato è la riduzione della sofferenza animale, ciò avviene nella misura in cui non si interferisce con le esigenze dei produttori e dei consumatori.
Diverso è il caso – oggi ampiamente illustrato – della protezione degli animali da reddito da parte di una serie di norme europee e di una serie di progetti locali che tendono ad incrementare il benessere animale a partire dalla considerazione dell’animale come essere senziente. Oggi, infatti, nessuno può più considerarsi a pieno titolo cartesiano: gli animali non sono più macchine, ma soggetti in grado di soffrire e gioire in modo analogo a noi (che, del resto, siamo animali). Per chi intrattiene – la maggioranza dei cittadini – una relazione con un animale “da compagnia”, un cane o un gatto per esempio, questa è ormai una banalità, entrata a tal punto nel vissuto dei membri della società umana che se ne è accorta persino l’Unione Europea. A tal proposito, l’art. 13 del Trattato di Lisbona, poco fa citato da Andrea Gavinelli (Commissione Europea), parla di “senzienti” [4]. E lo stesso relatore ha fatto riferimento alle “cinque libertà”, di cui abbiamo già avuto modo di parlare in passato[5].
La Direttiva 98/58 dice una cosa molto interessante: “nessun animale deve essere custodito in un allevamento se ciò nuoce alla sua salute o al suo benessere”[6]. Ancora, cerchiamo di interpretarla come se fossimo non gli allevatori, bensì gli allevati. Se mi dicessero che non devo essere privato della libertà, rinchiuso in una gabbia o in un recinto qualora nuocesse al mio benessere, penso che avrei le idee chiare al riguardo. Direi che non devo mai essere “custodito” in un allevamento. Essere recluso in un allevamento nuocerebbe sempre al mio benessere, è ovvio. A dirla tutta, mi farei anche qualche domanda su questa parola, “custodito”. “Custodire” richiama l’idea di protezione, di cura. Si tratta di elementi che pur possono esistere nell’allevamento, ma è chiaro che qui si intende un altro tipo di custodia, che a me ricorda piuttosto la pratica della custodia carceraria. Forse chiederei di essere un po’ più onesti e chiamarla semplicemente reclusione. Ma sulle vostre parole avrei vari appunti da fare. Poco fa, uno dei relatori[7] ha spiegato che il suo programma di introduzione del benessere animale in un piccolo allevamento brasiliano ha portato ad un calo della mortalità dei bovini da una percentuale (il 60%) ad un’altra (il 30%). Io penso invece che il tasso di mortalità sia costante, sempre intorno al 100%, dato che la fine di noi animali è sempre il macello. E a proposito, consentitemi di tornare sulla frase di cui sopra: “nessun animale deve essere custodito in un allevamento se ciò nuoce alla sua salute o al suo benessere”. Visto che si afferma di non voler nuocere alla mia salute, per non nuocere alla mia salute chiederei di non essere macellato. Non di essere macellato un po’ più tardi, o previo stordimento, o da qualche sostenitore della “morte dolce”[8], ma proprio di non essere mai portato al mattatoio.

Progetto BioViolenza
Al mattatoio sani e felici


[1] Il testo è una rielaborazione dell’intervento fatto dal Progetto BioViolenza al Salone del Gusto / Terra Madre 2012, durante la conferenza su “Benessere animale: una tutela anche per produttori e consumatori” (29 ottobre 2012, Torino)
[2] Le stime dei pesci uccisi sono di circa mille miliardi (http://fishcount.org.uk fornisce un criterio scientifico per il calcolo del numero degli individui pescati, che nei dati ufficiali sono espressi a peso).
[4] “Nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell'Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e sviluppo tecnologico e dello spazio, l'Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti” (http://europa.eu/lisbon_treaty/full_text/index_it.htm).
[5] Cfr. “Cinque libertà: tanto rumore per nulla” (http://bioviolenza.blogspot.com/2012/08/cinque-liberta-tanto-rumore-per-nulla.html).
[7] Mateus Paranhos Da Costa, docente di etologia e benessere animale, Università di São Paulo – UNESP.
[8] L’espressione (kill with kindness) si riferisce a quanto sostenuto durante la sua relazione da Richard Haigh, Presidio Slow Food della pecora Zulu. Si noti che la traduzione proposta da Slow Food, “morte dolce”, contiene in sé un’ulteriore slittamente semantico, richiamando per il pubblico italiano il concetto di “eutanasia”.