"I campi di lavoro forzati non sono poi cosi' male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla - Aggiunse: - E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.
Jason disse, sardonico: - La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto." (Philip K. Dick)

giovedì 6 dicembre 2012

Monza - 19 dicembre: "Carne felice: il delitto (quasi) perfetto?"

Monza, mercoledì 19 dicembre dalle ore 19.30 
c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza

cena e dibattito "la carne felice: il delitto (quasi) perfetto?" 
dibattito su allevamenti "sostenibili", biologici e "benessere animale" 
a cura di Oltre la Specie 

Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro
GRADITA PRENOTAZIONE! 

Info e prenotazioni: 039-490403 348-2603861
Dettagli nella locandina


domenica 2 dicembre 2012

Coop: battiamo le zampe!

Battiamo le zampe! Battiamo le mani! Due, quattro, dieci! Bravi! Bravi!

Grazie Coop! La tua attenzione (possiamo darci del tu, vero? visto che la Coop sono io…) nei confronti del benessere animale mi commuove. Sono esterrefatta per la sensibilità che dimostri nei confronti della sofferenza degli animali, le tue premure per il loro benessere mi commuovono potrei dire… fino alle lacrime…
E sei brava non solo da oggi. Continui a vincere premi peril consumo più etico e sostenibile. Coop, il tuo interesse per gli animali è grandioso, sono orgogliosa che nei vai orgogliosa (la Coop sono io, no?).

Coop, ho visto le tue pubblicità negli anni: pezzi di animali esibiti come opere d’arte, artiste comiche che scherzano sugli occhi morti delle triglie, inviti continui al consumo di carne… ma non mi preoccupo: so che tu/io ci teniamo davvero agli animali. Che possano vivere, e che diamine, bene, prima di diventare prodotti sostenibili, anzi, etici. Se son morti felicemente ci sono ragioni ancora più buone per mangiarli con gioia. Grazie Coop che mi rincuori dai crucci che stavano iniziando a farmi perdere l’appetito. Ora sto tranquilla e felice.
Coop, il premio Good Chicken mi fa comprare il pollo con tutto un altro gusto. Adesso che so che il pollo Coop ha migliori condizioni di vita, me lo ingurgito con piacere doppio. Anche le fantastiche uova di galline allevate a terra. Che forte che sei (che siamo!)! Solo uova di galline che invece che stare in piccole gabbiette stanno in grossi capannoni. Chissà come si divertono in tutta quella beatitudine…

Coop, posso dirti una cosa? Coop, il tuo/mio amore per gli animali mi sta facendo respirare con fatica… E’ un amore che soffoca… Coop, la tua/mia ipocrisia ha raggiunto livelli così schifosi che inizio a stare male, mi gira la testa, mi fai/faccio schifo.

Coop, ti/mi darei un premio per il migliore scherzo di cattivo gusto giocato sulla pelle degli animali.

Coop, se fossi una gallina e potessi dirti cosa penso, credo che ti manderei bellamente affanculo.

Alessandra Galbiati

martedì 27 novembre 2012

La Coop colpisce ancora: quando la violenza diventa arte

La Coop colpisce ancora, anche se questo video è di qualche anno fa.

La Coop colpisce sempre le nostre coscienze, la nostra sensibilità, e anche il nostro fiuto per l'ipocrisia.
Non è la prima volta, e ne abbiamo già parlato (qui e qui).

Soprattutto, però, colpisce (letteralmente) dei corpi. I corpi di quegli animali che vengono allevati, uccisi, macellati, fatti a pezzi e adagiati sui banconi dei punti vendita.
Come se non bastasse, quei corpi che ormai sono merci da vendere, subiscono l'ulteriore offesa di essere esposti pornograficamente allo sguardo divertito dei consumatori: "la qualità è un'arte".


Diciamolo: la violenza è un'arte. Ma è sempre violenza.

BioViolenza
Al mattatoio sani e felici

lunedì 12 novembre 2012

La fattoria (in)felice - animali e contadini


Segnaliamo con piacere una pubblicazione molto interessante, a cura di Troglodita Tribe: "La fattoria (in)felice: animali e contadini".

Per ordinare il libro: istruzioni sul sito di Troglodita Tribe

Per chi abita in Lombardia, è possibile ordinare una copia all'associazione Oltre la Specie, scrivendo a info@oltrelaspecie.org.


"Uno dei  miti più solidi su cui si regge lo sfruttamento animale è senz’altro quello della Fattoria (in)Felice.

In questo luogo idilliaco che esiste solo nel nostro immaginario truffato e infarcito di luoghi comuni pubblicitari, gli animali vivono un’esistenza naturale, sono rispettati e amati, donano di buon grado i loro prodotti perché, in ultima analisi, loro sono nati per produrre latte, uova, carne, pelle che serviranno agli esseri umani che li accudiscono.

Quest’idea, che potremmo considerare più che altro una sorta di allucinazione specista, è, più o meno, ciò che rende giustificabile e accettabile l’intero castello dello sfruttamento animale. Sì, perché volendo analizzare con attenzione, sono poche le persone che ritengono giusto ed encomiabile il concetto di allevamento intensivo, sono poche le persone che, di fronte alle inequivocabili e raccapriccianti immagini che provengono da queste realtà, non sostengano la necessità di fare in un altro modo. E il mito della Fattoria (in)Felice è studiato proprio per questo. La Fattoria (in)Felice è l’associazione mentale che scatta immediata e pronta quando ci si trova di fronte agli orrori dello sfruttamento animale. La Fattoria (in)Felice è l’ancora di salvezza che permette di estraniarsi dalla violenza e dall’ingiustizia perché, tanto, non è colpa nostra, ma solo dell’avidità di chi produce, solo del metodo sbagliato, solo di un cinico progresso che ha portato all’abbandono della vecchia cultura contadina.

È interessante notare che il mito della Fattoria (in)Felice, in realtà, non è solo uno strumento utilizzato da chi imprigiona, sfrutta e uccide con metodi biologici, biodinamici e simili. Il ritorno alla natura, alla genuinità del prodotto che ci permette l’associazione alla cultura contadina, genuina e rispettosa del mondo animale, è una prerogativa di ogni azienda che guadagna sullo sfruttamento animale.

I metodi utilizzati sono diversi tra loro, ma tutti richiamano, attraverso i marchi, le immagini, le confezioni e le parole, il concetto di Fattoria (in)Felice. Ora, il punto essenziale da comprendere, è che questa fattoria felice a cui tutti fanno riferimento non solo non esiste, ma non è mai esistita neppure nel passato più remoto".

(da: Troglodita Tribe, "La fattoria (in)felice. Animali e contadini")

Progetto BioViolenza
www.bioviolenza.blogspot.it

venerdì 9 novembre 2012

Il "benessere animale", ovvero l'ignominia umana!

Illustrazione di "Grafica Nera" - graficanera.noblogs.org
IL “BENESSERE ANIMALE”,OVVERO L'IGNOMIA UMANA!

La nuova frontiera del business sugli animali da reddito si chiama “benessere animale”.

L'industria della “carne”, con l'occhio rivolto al mercato e al target, sempre più orientato al rifiuto delle aberranti condizioni degli animali non umani negli allevamenti intensivi, ha aggirato il problema, risolvendolo con una magistrale azione di marketing: una formula “dolce” per incrementare i propri guadagni rassicurando gli umani sensibili.

Seguiamone le fasi.

Il martellamento sul benessere animale è diventato un tormentone attraverso tutti i canali di diffusione conosciuti: dalla pubblicità dei media, alle conferenze degli “esperti” in materia, alle centinaia di pubblicazioni, alle fattorie “felici”, fino ad arrivare ad eventi internazionali come Slow Food e Terra Madre.

Ma dopo il primo e riuscito indottrinamento, la fase successiva del percorso mediatico presuppone una risposta plausibile alla domanda elementare: “Come conciliare il benessere animale con l'uccisione prematura di esseri senzienti e felici, affinché si trasformino in succulenti piatti?”

Ed ecco che rientrano in campo tutte gli attori di questa transizione, per risolvere il legittimo dilemma e renderlo addirittura PREMIANTE E VIRTUOSO con un colpo da veri maestri (è doveroso ammetterlo).

Istituzionalizziamo, coinvolgendo il Ministero della Salute, le buone pratiche di macellazione:
http://www.izsler.it/izs_home_page/archivio_news/00002318_Materiale_formativo_sulla_protezione_degli_animali_alla_macellazione_.html

Solo un piccolo inciso per chi conserva ancora una sua intelligenza, scevra da condizionamenti e consuetudini: si sente uno stridio insopportabilmente ipocrita nel pronunciare questa frase: “buone pratiche di macellazione”, equiparabile a “buone pratiche della condanna a morte”  e/o “buone pratiche della tortura”; un ossimoro, francamente, ignominioso!  

Lasciamo la lettura del link di cui sopra, senza altro commento, poiché si commenta da solo.

Aggiungiamo che preparare il personale (veterinari, allevatori, addetti alla macellazione) ad eseguire queste uccisioni nel “rispetto degli animali non umani”, non cancellerà il TRADIMENTO del rapporto di fiducia che gli animali non umani avevano instaurato con gli animali umani, ne' renderà queste pratiche “dolci” e rispettose del loro benessere.

Si ribadisce, seppur con pratiche diverse dalla consuetudine degli allevamenti intensivi, il rapporto di forza in cui l'animale umano decreta la condanna a morte degli altri viventi, per “30 denari”.


BioViolenza 
Al mattatoio sani e felici

mercoledì 7 novembre 2012

Del maiale non si butta via nulla

Una piccola comunità montana. Donne solidali, intraprendenti, che si organizzano in associazione per ospitare turisti e diffondere il loro antico sapere contadino. Gentilezza e accoglienza nelle case del borgo. Orgoglio di essere donne e di saper organizzare il proprio tempo e le proprie passioni, difendere i propri saperi e il proprio territorio. Ornica, un piccolo e delizioso paese bergamasco in alta Val Brembana, paese che vuole rivendicare la sua storia e le sue tradizioni. Un luogo d’avanguardia, si potrebbe quasi dire.
I turisti, oltre alla squisita ospitalità, trovano cibo buono e genuino e, per qualche tempo, possono giocare a fare i contadini e magari pensare di conoscere meglio gli animali che si mangiano.
Tutto sembra davvero ben organizzato. Le attività proposte sono tante e varie: funghi, erbe, gite in montagna. Poi si inizia a vedere un cartello: “asinovia”, si inizia a vedere che insegnano ai bambini come fare i formaggi (ma glielo diranno dove portano il vitello quando nasce?) poi, davanti agli occhi un po’ inorriditi di alcuni, legano e tosano le pecore per magnificare le tantissime prerogative della lana. Si inizia a deglutire faticosamente: si direbbe che gli incontri con i cacciatori siano considerati incontri importanti:
Con il cacciatore: alla scoperta di una pratica arcaica nella sua eccezione più genuina: scoperta della fauna, alleanza con la natura, presidio e salvaguardia del territorio e piacere della condivisione
(chissà se l’errore accezione/eccezione sia stato un lapsus freudiano o un banale refuso, ma sarebbe davvero bello scoprire che cosa intendono con “piacere della condivisione” e con “alleanza con la natura”). Ciò che inquieta definitivamente, in questa orgia di antichi saperi, bambini milanesi che rastrellano il fieno giocando ai contadini, turisti goduriosi, orgoglio di mestieri estinti (chi farà più il materassaio???), è che nei prossimi giorni, sembrerebbe per la prima volta in pubblico, faranno a pezzi un maiale e insegneranno ai bambini come fare i salumi:
Dal maiale non si butta nulla: un’antica arte contadina che unisce sacrificio e festa. Vivrete la celebrazione dell’animale simbolo della prodigalità contadina”.
Non si capisce se porteranno la povera vittima già sgozzata in piazza o se anche lo sgozzamento farà parte dello spettacolo... Forse sarebbe bene che lo fosse perché magari qualcuno inizierebbe a preoccuparsi davvero per tutta la violenza che queste iniziative, dall’apparenza innocua, portano con sé.
Peccato poi che il “sacrificio” (assolutamente non necessario, quindi già chiamarlo sacrificio è offensivo per la vittima) sia di uno e la “festa” di tutti gli altri, crudeli o indifferenti, che staranno a guardare incuriositi.

Ma che ci sarà mai da preoccuparsi... L’importante è che il cibo sia genuino e che le dolci carni di queste povere bestie sacrificate sugli altari del nostro palato siano carni senza schifezze chimiche, biologiche, ecologiche, insomma in una parola GENUINE. Eppoi si ritornerà tutti a essere buoni e gentili, i bambini della locale scuola elementare, sempre con il prezioso aiuto delle donne di montagna, si prendono cura di alcuni animali della fattoria didattica che hanno messo in piedi autonomamente per conoscere meglio gli animali. I turisti contenti ci porteranno questa estate i loro figlioletti cittadini che non hanno mai visto una capra e accarezzeranno amorevolmente questi teneri (nei due sensi del termine) animali, pronti a metterseli sotto i denti alla prima, ghiotta, occasione.

Se volete partecipare a qualcuna di queste bio-violente iniziative potete visitare il sito http://www.albergodiffusoornica.it/

Se volete vedere qualche resoconto delle attività educative andate alla voce “reportages” del sito.

Se volete immaginare il terrore delle pecore mentre vengono tosate in mezzo alla folla andate qui http://forum.valbrembanaweb.com/manifestazioni-valle-brembana-f90/tosatura-delle-pecore-ornica-t4332.html

Magari fra qualche giorno potrete anche vedere le foto di un animale squartato e le facce, tra lo stupito e lo sconcertato, dei bambini che ne insaccheranno le parti. Ma niente paura, alla sera grande festa danzante, alla faccia del sacrificio e della compassione. Sembra che sfruttare e mangiare animali sia un’attività imprescindibile per gli umani. Così indiscutibile che si è disposti a far di tutto (e insegnarlo pure ai più giovani) per far sembrare la violenza e le uccisioni una cosa normale.

Progetto BioViolenza
Al macello sani e felici

martedì 6 novembre 2012

Amadori, Barilla, Coop: un "impegno coerente" per gli animali

da www.antispecismo.net

Amadori, Barilla, Coop: un “impegno coerente” per gli animali


Marco Reggio

“... di sangue han sporcato il cortile e le porte
chissà quanto tempo ci vorrà per pulire...”


Negli ultimi tempi, diverse voci hanno messo in guardia contro la retorica della “carne felice” e del benessere animale[1]. La strategia di rassicurare i consumatori mostrando il lato “buono” dello sfruttamento animale si esprime attraverso la voce dell’industria alimentare, ma non solo.

La legislazione, sempre più spesso, formula principi generali improntati al “rispetto” degli schiavi non umani, e talvolta li traduce in normative specifiche tese a garantire degli standard minimi di attenzione alla sofferenza degli animali da reddito. Abbiamo così la percezione – soprattutto nei paesi industrializzati – di vivere in una società in cui gli allevamenti di galline sono perlopiù “a terra” (che nell’immaginario collettivo significa anche “all’aperto”), i vitelli stanno con la madre, la macellazione è un atto incruento, fatta eccezione per qualche deroga alle prescrizioni religiose di popoli che, in breve tempo, si convertiranno alle nostre più “civili” abitudini...

Contribuiscono a questa percezione gruppi, associazioni, enti che cercano di diffondere valori che, per vari motivi, hanno a che fare con lo sfruttamento “dolce”. É il caso di Slow Food[2], che nasce e si sviluppa su temi come la sovranità alimentare, la sostenibilità ambientale e la gastronomia di qualità. É il caso del settore del cibo certificato biologico, un settore che muove dalla volontà di tutelare il consumatore umano dalle derive più malsane e dissipatorie dell’attuale sistema produttivo, creando al contempo un buon volume di affari. É il caso della legislazione comunitaria europea sulla tutela degli animali da allevamento[3]; ed è naturalmente il caso della propaganda pubblicitaria di alcuni degli stessi grandi e piccoli produttori, i più attenti alle richieste del consumatore di oggi, sempre più “disturbato” dalle immagini degli allevamenti intensivi.

Ma ci sono anche realtà che si occupano di “proteggere” gli animali, fra i sostenitori della carne felice.

“Tutto il nostro plauso va a Barilla[...], Amadori[...] e Coop” (Compassion in World Farming).

Pochi giorni fa, Compassion in World Farming[4] ha assegnato i Premi Europei Benessere Animale 2012. Questa quinta edizione della manifestazione ha visto protagoniste le aziende italiane. Coop Italia, Barilla e Amadori sono state premiate per l’”impegno coerente per il miglioramento delle condizioni di vita degli animali allevati per produrre cibo”[5].

La notizia farà sorridere – o scandalizzare – molti animalisti, almeno quelli coscienti del fatto che ogni misura per il benessere animale non è nulla di fronte alla schiavitù degli allevamenti. Tanto più se i passi fatti dalle aziende sono piccoli, così piccoli da ridursi ad operazioni di immagine. É il caso di dire: piccoli a piacere. Pare dunque superfluo rilevare l’ipocrisia di questi premi. Ed è anche banale rilevare come lustrare la facciata presentabile sia un modo per giustificare attività che di presentabile hanno ben poco.

Può essere tuttavia utile sottolineare quali mosse – tutte di tipo linguistico – permettano di far passare la pubblicizzazione dello schiavismo per un’opera di carità. Oltre che utile, è anche facile, dato il livello di sfrontatezza di questi signori. Basta vedere che cosa dichiarano alla stampa.

Coop. Di questa azienda è stato già detto qualcosa, relativamente alla capacità di costruirsi un’immagine pulita agli occhi degli “amanti degli animali”[6]. Al ritiro del premio, il Responsabile Sostenibilità, Innovazione e Valori di Coop Italia dichiara “migliorare le condizioni di allevamento significa non solo garantire agli animali allevati una vita degna di essere vissuta ma anche migliorare la loro salute”. L’espressione “vita degna di essere vissuta” è certamente pretenziosa. Chi l’ha pronunciata sembra essere proprio sicuro che negli allevamenti si possa garantire una vita dignitosa, anzi è certo che Coop la garantisca. Noi qualche dubbio lo abbiamo. Siamo sicuri, però, che le vite delle mucche spremute per produrre latte, o quelle dei vitelli, dei maiali, dei polli ingrassati negli allevamenti, o ancora quelle dei pesci imprigionati nelle reti, sono per i supermercati Coop vite degne di essere violate. Un buon profitto è infatti garantito – nel rispetto del benessere animale, s’intende... – ogni volta che queesta vita “degna di essere vissuta” smette di essere vissuta. Ovviamente, nel momento in cui qualche esperto Coop ha deciso che è arrivata l’ora del macello.

Qualcosa di più rivelatore ci dice Barilla. La dichiarazione alla cerimonia, resa dal Direttore Salute, Sicurezza, Ambiente ed Energia, è quasi un lapsus: “Il benessere degli animali da allevamento è un valore per Barilla”. Non abbiamo dubbi, in effetti, che sia così. Il benessere animale è proprio un ottimo investimento. A voler essere un po’ cinici, potremmo calcolare in termini di introiti (garantiti dal rientro d’immagine) ogni metro quadro di allargamento delle gabbie, o ogni balla di fieno aggiunta per mettere a loro agio i prigionieri. Non dubitiamo neppure che vada preso alla lettera quello che Barilla aggiunge subito dopo: “un’impegno che non si fermerà bensì continuerà, saldamente ancorato nella nostra strategia di sostenibilità”. Sostenibilità degli allevamenti, sostenibilità del marketing.

Un concetto simile sembra esprimere Amadori, per bocca della Responsabile Corporate Communication: “il Premio Good Chicken di Compassion per Il Campese e il Pollo 10+ ci dice solo una cosa: che ancora una volta siamo sulla strada giusta”. Ed è vero: queste aziende sono sulla strada giusta per nascondere il sangue che turba i loro clienti.

“Chissà quanto tempo ci vorrà per pulire... ”.

Con l’aiuto di imprese di pulizia come Compassion in World Farming, forse neanche troppo.

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Note

[1] Si vedano, per es.: M.Cole, Dagli “animali macchina” alla “carne felice”. Un’analisi della retorica del “benessere animale” alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e su quello pastorale, in “Liberazioni” n.3; E.Brocca, L.Caffo, M.Reggio, Prigionieri Felici, in “Altri Versi”, Oltre la Specie; Le 5 Libertà: tanto rumore per nulla; e, in generale, il progetto BioViolenza

[2] Cfr.: http://bioviolenza.blogspot.com/2012/10/slow-food-e-terra-madre-lettera-carlo.html.

[3] Si veda, Animal Welfare: uccidere con gentilezza.

[4] http://www.ciwf.org.uk/.

[5] http://www.ansa.it/terraegusto/notizie/rubriche/salute/2012/10/29/Premiate-3-aziende-italiane-benessere-animale_7713140.html. Le dichiarazioni delle aziende, riportate di seguito, sono tutte tratte da questo articolo.

[6] Cfr. La Coop sei tu.

domenica 4 novembre 2012

Animal welfare: uccidere con gentilezza

Mattatoio

Animal welfare: uccidere con gentilezza
(rielaborazione dell'intervento di BioViolenza alla conferenza sul benessere animale, Salone del Gusto 2012)

Un punto di vista particolare?

Il Progetto BioViolenza è nato due anni fa, con l’intento di affrontare il tema degli allevamenti biologici, ecologicamente sostenibili, attenti allo spreco delle risorse e ai diritti dei lavoratori. Per questo, si può dire che ci interroghiamo da un po’ di tempo sul cosiddetto “benessere animale”, l’oggetto della conferenza di oggi[1]. Abbiamo chiesto quindi a Slow Food, che ha accettato, di venire qui a proporre alcune considerazioni. Il punto di vista da cui affrontiamo tale tema è un punto di vista particolare. O meglio: si tratta di un punto di vista che sembra particolare, ma che dovrebbe essere, secondo noi, quello principale. Dovrebbe essere normale far partire da qui ogni riflessione al riguardo. E’ un punto di vista che in questa conferenza è stato marginale, ma che è affiorato a tratti in più di una relazione. Si tratta del punto di vista degli animali allevati.
Il punto di vista degli animali è centrale anche soltanto per motivi quantitativi: gli animali sono gli attori più numerosi nei processi di produzione alimentare di cui parliamo oggi. Se guardiamo alle cifre, almeno 40 miliardi di non umani all’anno perdono la vita per fornire cibo agli umani. Una stima dei pesci uccisi nel mondo ci restituisce un numero ancora più impressionante[2]. Ma non si tratta solo di quantità, anzi: è il ruolo di questi attori che è centrale, dato che sono loro a fornire una serie di “oggetti” o di prestazioni per produrre cibo. In modo sommario, possiamo dire che forniscono i propri corpi, che diventano carne, e le proprie funzioni riproduttive, da cui traiamo diversi generi di prodotti (principalmente, uova, latte e latticini). E’ sugli animali, non a caso, che ricadono le scelte degli allevatori, dei veterinari, degli etologi, degli economisti, dei legislatori. Per noi, provare a considerare il loro punto di vista significa, da una parte, immedesimarci con loro, chiedendoci che cosa provino, quali siano i loro sentimenti, i loro bisogni, le loro esigenze; e questo è un tipo di sforzo che i presenti, allevatori e specialisti, non faticheranno a comprendere a partire dalla loro esperienza. D’altra parte, ci chiediamo come potrebbero considerare – gli animali non umani – i nostri discorsi sulle pratiche di allevamento, ed in particolare i nostri discorsi sul benessere animale. Questi dibattiti sono, infatti, dibattiti tutti umani, sviluppati fra umani e per umani.

Benessere animale: uno strano tipo di welfare

Il benessere animale può far pensare – anche come parola – al welfare umano. Il nome stesso – animal welfare – lo suggerisce. In particolare, viene in mente in qualche modo il welfare in ambito lavorativo, le questioni relative ai diritti dei lavoratori. Il welfare in questo caso è un’attività di regolamentazione della produzione e un discorso sulle attività produttive che presuppone che lavoratrici e lavoratori non siano semplici “strumenti”, ma individui dotati di esigenze proprie innegabili, esigenze spesso in conflitto con le esigenze produttive. Nonostante tutto, però, questa analogia lascia perplessi, ed il motivo è sostanzialmente uno. A differenza di quello umano, il welfare animale è un dispositivo di regolamentazione del lavoro i cui supposti beneficiari non sono stati consultati. Qualcuno dirà che questo avviene perché non è possibile consultarli, per limiti di specie e, in ultima analisi, di comunicazione. Gli allevatori che sono qui, ma anche gli specialisti che hanno parlato – etologi e veterinari – sanno bene che non è esattamente così, perché esiste la possibilità di ascoltare le loro esigenze, ovviamente. Noi pensiamo che, proprio per questo, la peculiarità del welfare animale derivi da un altro fatto. Il paragone non regge, in realtà, perché qui non si tratta di lavoro, ma di schiavitù. Certamente, una schiavitù intorno alla quale esiste una crescente compassione dell’opinione pubblica verso gli schiavi, ma pur sempre una schiavitù. E in effetti gli schiavi non vengono consultati.

Kill with kindness

Prima dei discorsi sul benessere, esiste comunque una serie di regole e di principi sanciti dalle istituzioni. Vorremmo analizzarle brevemente dalla prospettiva di un animale da allevamento. Parte della normativa sul benessere animale si rivela estranea a questa compassione timida ma crescente. L’agricoltura biologica, in particolare, prevede delle regole di certificazione che incrementano il benessere degli animali, ma – spesso dichiaratamente – per avvantaggiare la salute dei consumatori, la qualità dei prodotti, la sostenibilità ambientale[3]. Il vantaggio per gli animali è quasi sempre un fatto accidentale, una specie di effetto collaterale. Nei pochi casi in cui l’obiettivo dichiarato è la riduzione della sofferenza animale, ciò avviene nella misura in cui non si interferisce con le esigenze dei produttori e dei consumatori.
Diverso è il caso – oggi ampiamente illustrato – della protezione degli animali da reddito da parte di una serie di norme europee e di una serie di progetti locali che tendono ad incrementare il benessere animale a partire dalla considerazione dell’animale come essere senziente. Oggi, infatti, nessuno può più considerarsi a pieno titolo cartesiano: gli animali non sono più macchine, ma soggetti in grado di soffrire e gioire in modo analogo a noi (che, del resto, siamo animali). Per chi intrattiene – la maggioranza dei cittadini – una relazione con un animale “da compagnia”, un cane o un gatto per esempio, questa è ormai una banalità, entrata a tal punto nel vissuto dei membri della società umana che se ne è accorta persino l’Unione Europea. A tal proposito, l’art. 13 del Trattato di Lisbona, poco fa citato da Andrea Gavinelli (Commissione Europea), parla di “senzienti” [4]. E lo stesso relatore ha fatto riferimento alle “cinque libertà”, di cui abbiamo già avuto modo di parlare in passato[5].
La Direttiva 98/58 dice una cosa molto interessante: “nessun animale deve essere custodito in un allevamento se ciò nuoce alla sua salute o al suo benessere”[6]. Ancora, cerchiamo di interpretarla come se fossimo non gli allevatori, bensì gli allevati. Se mi dicessero che non devo essere privato della libertà, rinchiuso in una gabbia o in un recinto qualora nuocesse al mio benessere, penso che avrei le idee chiare al riguardo. Direi che non devo mai essere “custodito” in un allevamento. Essere recluso in un allevamento nuocerebbe sempre al mio benessere, è ovvio. A dirla tutta, mi farei anche qualche domanda su questa parola, “custodito”. “Custodire” richiama l’idea di protezione, di cura. Si tratta di elementi che pur possono esistere nell’allevamento, ma è chiaro che qui si intende un altro tipo di custodia, che a me ricorda piuttosto la pratica della custodia carceraria. Forse chiederei di essere un po’ più onesti e chiamarla semplicemente reclusione. Ma sulle vostre parole avrei vari appunti da fare. Poco fa, uno dei relatori[7] ha spiegato che il suo programma di introduzione del benessere animale in un piccolo allevamento brasiliano ha portato ad un calo della mortalità dei bovini da una percentuale (il 60%) ad un’altra (il 30%). Io penso invece che il tasso di mortalità sia costante, sempre intorno al 100%, dato che la fine di noi animali è sempre il macello. E a proposito, consentitemi di tornare sulla frase di cui sopra: “nessun animale deve essere custodito in un allevamento se ciò nuoce alla sua salute o al suo benessere”. Visto che si afferma di non voler nuocere alla mia salute, per non nuocere alla mia salute chiederei di non essere macellato. Non di essere macellato un po’ più tardi, o previo stordimento, o da qualche sostenitore della “morte dolce”[8], ma proprio di non essere mai portato al mattatoio.

Progetto BioViolenza
Al mattatoio sani e felici


[1] Il testo è una rielaborazione dell’intervento fatto dal Progetto BioViolenza al Salone del Gusto / Terra Madre 2012, durante la conferenza su “Benessere animale: una tutela anche per produttori e consumatori” (29 ottobre 2012, Torino)
[2] Le stime dei pesci uccisi sono di circa mille miliardi (http://fishcount.org.uk fornisce un criterio scientifico per il calcolo del numero degli individui pescati, che nei dati ufficiali sono espressi a peso).
[4] “Nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell'Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e sviluppo tecnologico e dello spazio, l'Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti” (http://europa.eu/lisbon_treaty/full_text/index_it.htm).
[5] Cfr. “Cinque libertà: tanto rumore per nulla” (http://bioviolenza.blogspot.com/2012/08/cinque-liberta-tanto-rumore-per-nulla.html).
[7] Mateus Paranhos Da Costa, docente di etologia e benessere animale, Università di São Paulo – UNESP.
[8] L’espressione (kill with kindness) si riferisce a quanto sostenuto durante la sua relazione da Richard Haigh, Presidio Slow Food della pecora Zulu. Si noti che la traduzione proposta da Slow Food, “morte dolce”, contiene in sé un’ulteriore slittamente semantico, richiamando per il pubblico italiano il concetto di “eutanasia”.

giovedì 25 ottobre 2012

Che cos'è lo sfruttamento sostenibile?

Che cos'è lo sfruttamento sostenibile?
Uno scherzo? Una provocazione?
Forse un'allusione alle guerre umanitarie?
O alle missioni di pace?

Siamo andati, due anni fa, a chiederlo a Slow Food, l'associazione che organizza il Salone del Gusto di Torino.

Abbiamo pensato che fosse - Slow Food con il suo Presidente Carlo Petrini - una delle realtà più ferrate sul tema, dato il gran parlare che fa di produzioni "sostenibili", allevamento "etico", rispetto dei diritti.

Siamo andati a chiederlo l'anno scorso alla fiera della pesca sostenibile, Slow Fish (eh sì, ci ha incuriosito anche la pesca sostenibile, lo ammettiamo).

Siamo andati a chiederlo alla cerimonia di inaugurazione del Salone del Gusto 2012 e abbiamo volantinato alla stampa presente le ragioni di chi lo sfruttamento sostenibile, negli allevamenti bio-eco-compatibili, lo vive quotidianamente: gli animali.

Andremo a chiederlo pubblicamente, in piazza, domenica 28 ottobre.
Davanti al Salone del Gusto 2012, dalle 10 alle 19, presso Lingotto Fiere, via Nizza 280 - Torino.
Per chi vuole partecipare, i dettagli sono qui:

Nel frattempo, una prima risposta l'abbiamo trovata vedendo l'anteprima fotografica del Salone su corriere.it.

Probabilmente, lo sfruttamento sostenibile è questo:


We want a vegan world - Sumirago 28/10

Segnaliamo la seguente iniziativa, all'interno della quale è prevista una presentazione del Progetto BioViolenza.


mercoledì 17 ottobre 2012

Torino 28 ottobre: in piazza per gli schiavi non umani

DOMENICA 28 OTTOBRE
Torino, Lingotto Fiere, via Nizza 280
DALLE 10.00 ALLE 19.00

PRESIDIO CONTRO LO SFRUTTAMENTO "SOSTENIBILE
"

Associazioni e singoli possono inviare la propria adesione al presidio scrivendo a: bioviolenza@gmail.com
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Torna l'appuntamento biennale con il Salone del Gusto di Torino e "Terra Madre", iniziativa internazionale promossa da Slow Food con il finanziamento delle istituzioni statali, regionali e comunali.

Con il Salone del Gusto, torna anche, però, l'apologia della schiavitù animale. Migliaia di corpi senza vita saranno in vendita presso gli stand della fiera, fra i discorsi sulla sostenibilità ambientale e la difesa dei piccoli agricoltori.

Due anni fa il Progetto BioViolenza era andato a mostrare l'ipocrisia di chi parla di etica, diritti dei lavoratori del terzo mondo, equa distribuzione delle risorse alimentari, prodotti a km zero e persino di "benessere animale".

Due anni fa abbiamo rovinato la festa di questi signori, intervenendo senza invito alla conferenza finale di "Terra Madre", per ricordare le vittime senza voce che per l'allevamento "sostenibile" sono soltanto fonte di carne, latte, uova e non esseri senzienti, e per ricordare che etica e sostenibilità non possono essere promosse per alcuni soggetti (umani) a spese di altri (non umani).

Anche quest'anno, andremo a chiedere con determinazione un vero confronto con Slow Food sul tema che ci sta a cuore: è legittimo imprigionare e uccidere degli esseri viventi per la nostra alimentazione soltanto perchè non possono difendersi? E: se lo sfruttamento è "dolce", non inquina e produce cibi più salutari, diventa ammissibile?

DOMENICA 28 OTTOBRE - TORINO, LINGOTTO FIERE, VIA NIZZA 280

DALLE 10.00 ALLE 19.00

PRESIDIO CONTRO LO SFRUTTAMENTO "SOSTENIBILE
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Evento facebook:  http://www.facebook.com/events/442004555841590/

www.bioviolenza.blogspot.it

giovedì 11 ottobre 2012

Carne "felice"? Un'altra ipocrisia

Carne "felice"? Un'altra ipocrisia
di Francesco Pullia

Siamo circondati, sommersi, da mistificazione e malafede. Spesso e volentieri, ci si appiglia a costruzioni mentali pretestuosamente strumentali pur di non scalfire credenze che, se si sgretolassero, metterebbero in crisi le basi di un sistema al tempo stesso ideologico ed economico. Il rapporto con gli altri animali, con i non umani per intenderci, è la cartina di tornasole di questa condizione, perché rimanda ad un insieme di ordini sedimentato, stratificatosi nel corso del tempo. Un insieme fondato sullo sfruttamento, sulla violenza, sull’assoggettamento, sull’annientamento dell’altro. Siamo soliti, ad esempio, interrogarci su “cosa” mangiamo, mentre dovremmo farlo su “chi”, su quale essere, sottoposto ad allevamento, uccisione, sezionamento, è finito nel piatto.

Non solo l’altro viene privato della vita ma viene oggettivato, reificato. Occultiamo, tramite l’invisibilità, i luoghi da cui il vivente uscirà sotto forma di trancio, di parte sottratta a una totalità palpitante. Rendiamo difficile l’accesso ai lager in cui individui di specie diverse, ridotti a numeri e cartellini, vengono forzatamente nutriti e sottoposti ad abrasioni o menomazioni per produrre carne, latte, uova, paté, confezioni di pesce, capi d’abbigliamento.

Lo strazio consumato lontano dagli occhi e dalle orecchie, lo sprezzante esercizio di brutale dominio perpetrato, come nelle deportazioni in massa durante il nazismo o lo stalinismo, con la complicità, diretta o indiretta, volente o nolente, dei consumatori, non (si) concede pause.

Come se non bastasse, ecco la trovata di ammantare l’orrore, fornendo un alibi, infiocchettandolo. Ed ecco, allora, lo slow food, la “carne felice” o pseudo tale, scaturita cioè da un’operazione di imbellettamento il cui scopo è alleviare le coscienze dei consumatori. Come se al bovino o al suino allevato nelle fattorie “bio” non spetti, in fondo, identica fine del bovino o del suino che ha trascorso la propria esistenza nell’artificiosità dei grandi complessi industriali.
E’una sorta di etichettamento eufemistico, ha scritto Annamaria Manzoni, quello che “ci parla di mucche felici (di vedersi sottratto il vitellino appena nato, che viene allontanato urlante e disperato), che ci mostra maialini danzanti (per essere stati evirati, amputati, appena nati, di denti e coda), che definisce la caccia “buona” (perché stermina a pallettoni animali in sovrappiù per il gioioso piacere di uomini – e donne! – in assetto di guerra), di macellazione umanitaria (ma gli ossimori sono per definizione termini incompatibili tra di loro)”.

Un allevamento o un mattatoio “ottimali” sono, in realtà, un controsenso. Non possono esistere. E’ come se ci fossero stati campi di concentramento in cui gli internati venivano trattati “bene” per essere meglio inceneriti.

Come Guido Ceronetti, antiretore per eccellenza, ha constatato, “anche solo la vista di vagoni carichi di creature sofferenti dovrebbe lasciare qualche traccia (…). Chi sa questo e guarda anche solo per una volta gli occhi di un vitello dietro le sbarre, si sentirà – specie se ne è corresponsabile attraverso le sue abitudini alimentari - consciamente o inconsciamente colpevole, offeso nella sua umanità. Alla lunga, però, un comportamento che intuisce l’ingiustizia ma non fa nulla contro di essa rende malati e questa indifferenza nei confronti delle creature a noi affidate e della loro sofferenza è forse una malattia peggiore del morbo della mucca pazza, perché più diffusa”.

Non è ipocrita e mistificatorio, dunque, come è stato fatto recentemente sul Domenicale del Sole 24 Ore da parte di una “bioeticista”, utilizzare la foglia di fico del cosiddetto “benessere animale” per perorare meglio le “ragioni del mercato” (vale a dire dello sfruttamento)? E ancora: ha senso parlare di “biosicurezza” e “riduzione di lunghezza delle filiere” se, poi, la fine per l’animale è ugualmente segnata, l’esito è sempre tragicamente lo stesso?

mercoledì 10 ottobre 2012

Maurizio Pallante: La carne è INSOSTENIBILE

da Antispecismo.net
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Riportiamo qui sotto una ennesima presa di posizione contro il consumo di carni, di denuncia dell'impatto decisamente anti-ecologico della produzione di proteine animali, il tutto questa volta a firma codnivisa da uno tra i più stimati pensatori della Decrescita: Maurizio Pallante.
Ci permettiamo però di fare notare come tali denunce inciampino sul tentativo di attivare nei lettori una reazione empatica verso la sofferenza - resa evidente, ma implicita - che questi "comportamenti alimentari" ingenerano in altri umani (di incoraggiare dunque una nuova etica) completamente dimentichi del silenzio voluto e assecondato sulla sofferenza di chi, al di là di ogni considerazione e percentuale di calcolo, per questi "comportamenti alimentari" soffre davvero: gli animali.
Si punta dunque all'autocritica (rispetto a comportamenti che inducono sofferenza) selettiva, contando su una reazione di immedesimazione con altri che pagherebbero lo scotto dei nostri eccessi (o vizi), mentre al contempo si nega l'esistenza (che è sofferenza) stessa degli animali, citandoli di fatto solo come risorse primarie.
Un'etica della compassione selettiva di questo tipo, dove si auspica di porsi nei panni di alcune vittime indirette, mentre si nega l'insopportabile presenza di vittime dirette, la cui oggettiva sofferenza ormai è offuscata solo da una stupida, ottusa, imbrigliante, dogmatica ed ostinata cecità, non può pagare ed è oltre la favola: la iper-favola di chi vuole ancora credere che un'umanità estremamente nonviolenta, solidale e pacifica con se stessa, ma torturatrice e schivista verso chi semplicemente è ridotto in catene, possa davvero esistere.



L'insostenibile pesantezza della Carne

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Il consumo di proteine animali, nel mondo, cresce costantemente. Tanto che, secondo alcuni, questo fenomeno sta aiutando la specie umana ad andare più rapidamente verso la sua autodistruzione. A questo fenomeno, in effetti, sono legati i più gravi problemi ambientali, economici e politici del pianeta: le emissioni di gas climalteranti e l’effetto serra, leguerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, la progressiva penuria di un bene indispensabile per la vita come l’acqua, molte forme di inquinamento chimico, la diminuzione di fertilità dei suoli, la perdita della biodiversità, le sempre maggiori sperequazioni tra il 20 per cento dell’umanità che si suicida per eccessivo consumo di cibi sempre meno sani e il 20% privo del necessario per sopravvivere.

Tutti questi problemi potrebbero essere ridotti drasticamente dalla diffusione di un regime alimentare vegetariano, o quanto meno da una significativa riduzione dei consumi di proteine animali. Possono sembrare affermazioni eccessive dettate da fanatismo ideologico, ma basta mettere insieme alcuni dati di pubblico dominio per comporre un quadro unitario che i singoli tasselli isolati non lasciano vedere in tutta la sua ricchezza.

La prima cosa da prendere in considerazione è la crescita dei consumi di proteine animali, in valori assoluti pro capite. Negli ultimi 50 anni in Italia il consumo di carne procapite si è triplicato. È stato calcolato che nel 1994 fosse di circa 85 chili all’anno, pari a 235 grammi al giorno. La tabella seguente documenta quanto è avvenuto nelle principali aree del mondo negli ultimi 40 anni. La tabella successiva mette a confronto i dati del consumo mondiale di carne e di latte nel 1997 con gli incrementi previsti dalla Fao nel 2020. Gli aumenti maggiori si verificano negli allevamenti intensivi dei Paesi ricchi.

Aumento del consumo di carne pro capite negli ultimi 40 anni
(in kg. Annui)

Stati Uniti 89 124

Europa 56 89

Cina 4 54

Giappone 8 42

Brasile 28 79

Consumo mondiale di carne e latte
(in milioni di tonnellate)

Anno 1997 2020 incremento

Carne 209 327 + 56%

Latte 422 648 + 54%

La FAO prevede che entro il 2050 la produzione di carne e latte raddoppieranno, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate. Un problema, visto che la conversione delle proteine vegetali in proteine animali avviene con unascarsissima efficienza. Per produrre 1 kg di proteine di carne di manzo occorrono mediamente 16 kg di proteine vegetali. Di conseguenza per ottenere 1 kg di proteine di carne vaccina occorre coltivare una superficie agricola 16 volte maggiore di quella necessaria a ottenere i kg di proteine vegetali. Il rapporto tra la soia e la carne di manzo è invece di 20 a 1. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie necessari a produrre 1 kg di carne, si possono produrre 200 kg di pomodori o 160 kg di patate.

Considerando il fatto che, specie in America Latina, la maggior parte della soia e dei cereali coltivati (spesso Ogm, viste le rese e i prezzi stracciati che possono garantire questi organismi dagli effetti sulla salute ancora ignoti) sono destinati a nutrire il bestiame che diventerà bistecca o ragù nei piatti degli europei, viene da chiedersi se, arrivati a questo punto, cambiare anche di poco le proprie abitudini alimentari non sia la scelta più sensata.

martedì 9 ottobre 2012

L'autunno in campagna può essere soffocante (fumetto antispecista)

L'autunno in campagna può essere soffocante
di S. Cappellini e M. Reggio

Elaborato per la mostra "Al Ponte dell'Arcobaleno", organizzata dal gruppo Luna Corre, ottobre 2011
  

Per vedere il fumetto in sequenza e/o stamparlo, vai qui >>
Per vedere il filmato su YouTube >>

giovedì 4 ottobre 2012

Slow Food e Terra Madre: lettera a Carlo Petrini

In attesa della tre giorni del Salone del Gusto / Terra Madre, che si terrà a Torino, e del presidio di controinformazione e protesta contro l'allevamento "sostenibile" organizzato per domenica 28 ottobre, pubblichiamo qui la lettera che abbiamo inviato a Carlo Petrini, presidente di Slow Food, come Progetto BioViolenza.

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Egr. Carlo Petrini,

a nome degli attivisti animalisti che in questi anni si stanno occupando dell'analisi di quella che noi definiamo “bio-violenza” o “happy meat” (vedi www.bioviolenza.blogspot.it/), vorrei ricordarle alcune questioni di cui abbiamo discusso sia con lei direttamente che con alcuni rappresentanti di Slow Food.

Al Salone del Gusto di Torino di due anni fa, gli animalisti hanno distribuito per tre giorni migliaia di volantini per denunciare la mancanza di un punto di vista etico diverso dal vostro in un evento che fa dell’etica il suo cavallo di battaglia. Con un blitz all’assemblea finale di “Terra Madre”, davanti a migliaia di delegati e giornalisti da tutto il mondo, alcuni attivisti si erano conquistati anche lo spazio per evidenziare quella posizione, tutta antropocentrica, di chi discetta di etica, benessere e sostenibilità, mentre nello stesso tempo non riesce ancora a fare a meno dello sfruttamento e dell'uccisione di altri viventi senza porsi problemi di coscienza, per'altro in sintonia con fette importanti di popolazione "sensibile" e di realtà produttive “sostenibili”, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori, lo sviluppo locale e la tutela dell'ambiente, ma non ancora, purtroppo, nei confronti della sofferenza degli animali.

Abbiamo contestato “Slow Fish” a Genova. Se i mammiferi sembrano meritare almeno un abbozzo di discussione sulle modalità con cui dovrebbero poter condurre la loro breve vita, è evidente che i pesci non godono nemmeno della minima considerazione. L’unico problema che Slow Food considera sono i danni agli ecosistemi, all’ambiente, alla quantità di fauna marina disponibile. Della sofferenza dei pesci non interessa nulla a nessuno, neppure ai vostri “esperti” biologi marini che negano ancora, nonostante i molti studi di etologi illustri sull’argomento, che il sistema nervoso dei pesci sia sensibile al dolore in modo paragonabile a quello dei mammiferi (nel caso volesse approfondire, abbiamo una registrazione -che possiamo spedirle- con il Presidente del Comitato Scientifico, dott. Silvio Greco, che durante il colloquio con una nostra delegazione a “Slow Fish” anacronisticamente sosteneva una differenza qualitativa della sofferenza tra pesci e altri animali terrestri – sic).

In queste circostanze ci avete detto che il dialogo con gli animalisti è auspicabile, che dovrebbe essere incentivato e ci avete spronato ad un confronto, e siamo qui a ribadire e rinnovare la nostra disponibilità.

Molte persone che gravitano intorno a Slow Food sono anche animaliste: lo dimostrano, oltre alla quantità dei vostri associati vegetariani e vegani, gli applausi che hanno accompagnato le parole di protesta a favore della "liberazione" animale durante il blitz di cui sopra. Anche per questo riteniamo doveroso proporre la discussione etica sull’importanza della vita dei singoli individui animali al centro del vostro/nostro dibattito.

Chiediamo quindi di partecipare alla prossima edizione del Salone del Gusto di Torino con un intervento corposo e non occasionale, fortuito o strappato con la furbizia. Vorremmo dunque concordare con lei direttamente (o con uno degli organizzatori principali dell’evento) le modalità di un nostro intervento, in occasione della Conferenza finale di “Terra Madre”. Vorremmo dare voce agli ospiti muti che, loro malgrado, parteciperanno alla fiera, nella speranza di aprire un dibattito serio e costruttivo sull'utilizzo degli animali nella produzione, mettendo in discussione anche il concetto – per noi ambiguo – di “benessere animale”. Uno spazio ufficiale con pari dignità rispetto agli altri potrebbe dimostrare che, almeno sul piano del dibattito, il tema dei soggetti animali ha analoga considerazione rispetto agli altri importanti temi etici di cui Slow Food si è fatta carico in questi anni. Siamo certi che, a differenza di come è stato in passato, si possa reciprocamente considerare il dibattito sul tema come un'importante opportunità di confronto.



Bio-violenza

www.bioviolenza.blogspot.it

martedì 2 ottobre 2012

28 ottobre, Salone del Gusto di Torino: in piazza contro lo sfruttamento sostenibile



Torna l'appuntamento biennale con il Salone del Gusto di Torino e "Terra Madre", iniziativa internazionale promossa da Slow Food con il finanziamento delle istituzioni statali, regionali e comunali.


Con il Salone del Gusto, torna anche, però, l'apologia della schiavitù animale. Migliaia di corpi senza vita saranno in vendita presso gli stand della fiera, fra i discorsi sulla sostenibilità ambientale e la difesa dei piccoli agricoltori.


Due anni fa il Progetto BioViolenza era andato a mostrare l'ipocrisia di chi parla di etica, diritti dei lavoratori del terzo mondo, equa distribuzione delle risorse alimentari, prodotti a km zero e persino di "benessere animale".

Due anni fa abbiamo rovinato la festa di questi signori, intervenendo senza invito alla conferenza finale di "Terra Madre", per ricordare le vittime senza voce che per l'allevamento "sostenibile" sono soltanto fonte di carne, latte, uova e non esseri senzienti, e per ricordare che etica e sostenibilità non possono essere promosse per alcuni soggetti (umani) a spese di altri (non umani).



Anche quest'anno, andremo a chiedere con determinazione un vero confronto con Slow Food sul tema che ci sta a cuore: è legittimo imprigionare e uccidere degli esseri viventi per la nostra alimentazione soltanto perchè non possono difendersi? E: se lo sfruttamento è "dolce", non inquina e produce cibi più salutari, diventa ammissibile?

DOMENICA 28 OTTOBRE - TORINO, LINGOTTO FIERE, VIA NIZZA 280
DALLE 10.00 ALLE 19.00
PRESIDIO CONTRO LO SFRUTTAMENTO "SOSTENIBILE